Lo sforzo mi conduce al non sforzo?

Lo sforzo (yang) è richiesto in determinate situazioni della vita; se devo sfondare una porta per salvare qualcuno, se devo schiacciare una noce, se devo correre per essere in orario altrimenti perdo il bus, se devo sollevare un carico molto pesante….
E’ parte del quotidiano.

Tuttavia lo sforzo è diventato una caratteristica di base qualitativa della nostra società; devi essere competitivo, lottare per conquistare, non perdere mai tempo prezioso, avere una forma fisica perfetta, essere rapido a capire qualsiasi cosa, ecc.
Tutto questo è disumano tanto quanto non dormire mai, mangiare senza mai fermarsi o come provare ad espirare senza inspirare.

Una delle motivazioni principali della sofferenza è l’aver quasi del tutto dimenticato l’aspetto rigenerante (yin) nella propria vita.
Poiché la società ci presenta come modello l’ideale yang, tutto ciò che riguarda lo yin, come la contemplazione, la pausa, l’ascolto, la ricettività, il rilassamento, l’accettazione, la passività, viene immediatamente bollato come debolezza.

Siamo così ignoranti nello yin che ci sembra di perdere tempo, di non essere mai abbastanza, e chiediamo perfino come ‘fare’ a rilassarci o lasciarci andare. Quando vi sdraiate sul pavimento sentirete come il corpo avrà paura a lasciarsi andare, o magari vi chiederete “perché lo faccio? ci sono cose più importanti da fare!”
Ed ecco che puntualmente arrivano le dieci tecniche per meditare, le quindici mosse per conquistare, i tre step per rilassarsi e il corso a pagamento per lasciarsi andare.

Tutto ciò è molto triste ma anche molto importante da vedere.

In questo momento storico viene richiesto di imparare a tornare al ritmo naturale della vita. L’apprendimento nelle scuole dovrebbe totalmente cambiare questa visione. Si hanno maggiori risultati quando l’apprendimento è accostato al gioco e non alla disciplina: quest’ultima sarà una naturale conseguenza del gioco. Ci si disciplina in automatico quando si comprende che per divertirsi bisogna avere anche delle regole che non hanno nulla a che vedere con la seriosità e la morale.

Lo sforzo mentale che abbiamo fatto a scuola e all’università ci ha aiutato a superare un esame o a prendere una laurea, ma non a memorizzare ed interiorizzare davvero qualcosa. La concentrazione è come un fascio di luce molto potente ma anche molto ristretto. Studiare e lavorare più di tre ore al giorno è controproducente tanto quanto allenarsi ogni giorno oltre le due ore.

Se voglio sapere di chi non fidarmi, devo prima imparare a fidarmi.
Se voglio ascoltare, devo prima tacere.
Se voglio imparare a combattere, devo prima imparare ad incassare i colpi.
Se voglio fare una esperienza nuova non devo dare troppo retta al mio passato.
Se voglio insegnare, devo prima imparare.

Vuotare la tazza significa predisporsi a vivere.
Il silenzio, la pausa, la contemplazione sono necessarie tanto quanto inspirare o dormire. In questa epoca della velocità, del self service, dell’usa e getta e del tutto-e-subito è il caso forse di predisporsi facendo qualche passo indietro.

Schiavi del risultato abbiamo perso la gioia del fare fine a se stesso.

La società del “più è meglio” ha miseramente fallito e oggi ne vediamo le conseguenze. Non si impara per gioia ma per competitività con gli altri e con se stessi. Non si gusta la vita ma si tenta di afferrarla compiendo l’inutile sforzo di cercare di stringere l’acqua.
Ricollegarsi con il ritmo della vita, il principio del Tao, significa allinearci con la natura e i suoi ritmi. Questa è una direzione molto concreta se si vuole iniziare a vivere serenamente e funzionalmente.

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