Dire ciò che si pensa?

D: Secondo te bisognerebbe sempre dire ciò che si pensa?

R: Noi pensiamo con la testa, abbiamo separato il pensare dal resto del corpo, e infine abbiamo separato il corpo dell’ambiente.
Un corpo che si crede separato sarà sempre in conflitto con l’ambiente, e di conseguenza sarà contratto ed impaurito.
Il nostro pensare non è orchestrato con ciò che ci circonda, non è in armonia perché confligge essendo creato da un senso di doversi sempre difendere. È come una band dove un musicista non suona a tempo con gli altri e va per i fatti suoi; Allora sarebbe meglio che smettesse di suonare con la band.

Allo stesso modo, che importanza ha dire sempre ciò che si pensa se ciò che si pensa è sempre un tentare di imporsi, difendersi o cercare considerazione.
Se tentiamo costantemente di avvalerci delle nostre opinioni per sentirci importanti, è meglio allora star zitti.
Un cantante vero fa uscire la sua voce da tutto il corpo, non solo dalla gola. Il suo canto viene dal presentimento dell’assenza di limiti con l’ambiente. Un pensiero vero non viene dalla memoria, dalla conoscenza e dalla paura. È come tentare di alzare il braccio con la spalla che si oppone al movimento. Il nostro pensare è dogmatico, lineare, e quindi lento e rigido.

Nello Zen i Koan aiutano ad andare oltre il pensare che noi definiamo “sensato”.
Quando il pensiero viene da questo stato di presenza assoluta e si trasforma in parola, allora la sua forza è di gran lunga maggiore. Quindi non è necessario dire ciò che si pensa, a volte un pensiero è solo un prurito momentaneo. Quando però l’energia cresce, allora è necessario tirare fuori ciò che si sente, e quindi il pensiero torna ad essere uno strumento al servizio del corpo e non il suo nemico.
La mia risposta si deve fermare qui, il resto è pratica ed esperienza.

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