Dialogo sull’Accettazione

D: È possibile accettare senza condizioni?

R: Quello che non accetto è qualcosa che, per il momento, non posso ammettere a me stesso; allora lo proietto su qualcun altro.
Non mi forzo allora di accettare ciò che trovo inaccettabile, ma approfitto della situazione. Sento questo non riuscire ad accettare sapendo che dentro di me qualcosa resiste. Lascio questo eco diventare sempre più chiaro. Poco alla volta sempre meno cose mi sembreranno intollerabili.

D: Ma alcune cose sono davvero intollerabili.

R: Da fuori puoi dirlo. Uno stupratore, un assassino e un ladro ti spaventano finché non comprendi che funzionano come te. Anche loro cercano un momento di felicità ma, a causa del loro passato, del loro ambiente e della loro biologia, necessitano di fare ciò che fanno.
Interdite ciò che è intollerabile è ciò che facciamo continuamente.
Bisogna tornare al corpo. Mentre mi alleno in dojo e vengo fatto cadere o ricevo un pugno, sento dolore fisico ma non psicologico. I colpi hanno conseguenze fisiche. Ma sono le tensioni mentali che mi impediscono di vivere e non lasciano energia per dedicarmi al corpo, cioè alla realtà. Questa energia è utile eventualmente per occuparsi dell’evento traumatico, ma solo quando smetto di raccontami la storia di essere vittima o carnefice.
Prendo un colpo: se è troppo forte sono morto, se è meno forte al massimo svengo.
Se non mi ritiro nell’immaginazione di cosa è giusto e sbagliato, allora non mi sento vittima. Ciò accade solo se penso che mia madre non doveva rimproverarmi a dieci anni, mio padre doveva essere diverso, il mio cane non dovrebbe sporcarsi e io non dovrei ammalarmi. Vivo quindi con l’impossibilità di accettare ciò che è per me inaccettabile, ma non ho l’arroganza di credere che sia esterno a me e non dovrebbe accadere. Quando vivo il mio limite umilmente, allora questo non mi limita. Quando vivo la mia confusione con chiarezza, allora questa non mi confonde.

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