Piacere o dovere?

Disciplina e piacere sono connessi.

Non si può fare nessuna esperienza appagante senza una certa maestria tecnica. 
Noi vediamo solo il risultato finale in un bravo danzatore, un capace falegname, un grande sportivo o un bravo cuoco, e non abbiamo idea spesso del lavoro che c’è dietro.
La loro capacità è quella di farci sembrare tutto facile e senza sforzo.

E’ valido anche per il sesso: diventa intenso se esiste una disciplina intesa come rispetto dei giusti tempi e nel contatto con l’altro. Toccare un altro essere umano pensando a sé stessi o come semplice sfogo, significa usare l’altro per masturbarsi. Non vuole essere un discorso moralista di cosa sia giusto e sbagliato, ma solo un’evidenza dei fatti. Se si ha bisogno di quel tipo di contatto, è giusto. Se si desidera approfondire un altro tipo di contatto più sensibile, è giusto. Ciò che si sente non è mai sbagliato, ma è anche giusto saper distinguere le cose e non mescolarle.
Quando inseguiamo l’orgasmo a tutti i costi né siamo così ossessionati che non troviamo mai soddisfazione.
Essa è sempre il risultato della disciplina.


So bene che la parola disciplina ha assunto una connotazione negativa. Appena lo sentiamo dire ci irrigidiamo perché siamo cresciuti attraverso l’imposizione scolastica, familiare e sociale in generale.
E’ importante però capire la differenza tra disciplina e imposizione.
Se l’imposizione viene dall’esterno ci sentiremo forzati a fare qualcosa che in fondo non vogliamo fare e non capiamo perché la stiamo facendo. Ma può anche accadere che ci auto imponiamo una disciplina perché abbiamo sviluppato l’idea di un raggiungimento futuro. Questi due elementi sono collegati: più ci sentiamo costretti dall’esterno più ci auto costringiamo all’interno.

Come cultura crediamo che il sacrifico darà sempre i suoi frutti, quindi più soffro adesso più starò meglio dopo.
Nella tradizione Zen i praticanti sono “costretti” a praticare lo Zazen (meditazione seduta) anche per diverse ore nonostante vi siano delle differenze tra le varie scuole.
La parola “costretti” l’ho messa tra virgolette perché, a dirla tutta, si è costretti soltanto nel momento in cui si decide di entrare a far parte di questo mondo. Significa che chi vuole può lasciare il monastero o non entrarci proprio.

Quindi si ritrova “costretto” proprio come un danzatore di musica classica è “costretto” a forzare il suo corpo per riuscire in certe posizioni e un pugile è “costretto” a ricevere molti pugni per imparare ad incassare.
Si è costretti solo se si decide di intraprendere un certo percorso. Questo accade quando si ha un amore e una curiosità molto forti relativi a quella pratica, sport o disciplina.
Tornando allo Zen bisogna dire che la pratica della meditazione è contemporaneamente sia disciplina sia libertà. Questi due fattori ci sembrano in contrasto solo perché noi abbiamo introiettato l’idea di disciplina come sofferenza e sacrifico cieco.

Essendo cresciuti con il condizionamento del dovere prima del piacere e non con la pratica del piacere all’interno del dovere siamo rimasti intrappolati da questo concetto limitante.
Dunque il risultato è quello di ricercare non la libertà ma il libertinaggio, la distruzione di ogni regola e del “faccio quello che mi pare” in opposizione ad une mentalità castrante.
Siamo stati costretti a praticare karate quando non volevamo, ad imparare il pianoforte quando non ci interessava o a giocare a calcio quando magari preferivamo camminare nei boschi. Questo è il motivo per cui molti ragazzini ad un certo punto lasciano il proprio sport e non vogliono più saperne nonostante abbiano raggiunto un buon livello tecnico.

Non è da escludere che, se non fossero stati costretti dai parenti, avrebbero con i loro tempi manifestato quell’interesse e scelto la loro direzione liberi anche di cambiare quando volevano.
Crescere con l’idea del “domani” relativo a premi e punizioni ci porta a sviluppare una reazione alla nausea tutte le volte che sentiamo l’odore dell’impegno verso qualcosa.
Nello Zen mediti per meditare, mangi per mangiare, cammini per camminare; se manifesti il desiderio di voler raggiungere qualcos’altro oltre ciò che stai facendo, ricevi una bella bastonata dal maestro.

Quando vediamo la disciplina come imposizione la conseguenza diretta è che confondiamo piacere con sfogo, vale a dire che tentiamo di afferrare un piacere senza essere preparati ad accoglierlo. Poiché non siamo passati attraverso il “dolore” della disciplina, inteso sia come sforzo fisico sia mentale, non possiamo di fatto sapere cosa sia veramente il piacere perché le due cose vanno insieme.
Senza la giusta preparazione e passione finiamo con l’ingozzarci di stimoli fino a scoppiare e insoddisfatti cerchiamo il prossimo oggetto da consumare. Rimaniamo insoddisfatti perché non riceviamo il piacere ma lo inseguiamo e, tra le altre cose, ci facciamo un’idea molto precisa di piacere come una scarica di adrenalina, un orgasmo, un’emozione molto forte, per poi rimanere subito dopo insoddisfatti e frustrati a causa del vuoto che questo crea.

Senza disciplina non c’è piacere né libertà. 
Altrimenti ciò che accade è di imprigionarsi in una gabbia senza sbarre dove il “voglio fare quello che voglio” diventa il “non riesco a fare nulla perché ogni cosa mi fa sentire imprigionato.”
Questo è il motivo del perché un monaco Zen realizzato trova la sua soddisfazione in ogni istante della vita nonostante i suoi cambiamenti non sono sempre piacevoli.

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